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Nel frattempo, nell’augurarvi Buone Feste, di lasciamo con alcuni scritti dedicati al Natale del nostro Mario Rigoni Stern.
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“Quando veniva Natale, la neve copriva ogni cosa e il silenzio era così profondo che sembrava di sentire il respiro degli alberi.”
Scriveva nel 1995 Mario Rigoni Stern in “Stagioni” –
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“A Natale si stava in casa, con il fuoco acceso e il profumo del legno. Non servivano regali, bastava la presenza.”
Da Uomini, boschi e api, (Einaudi, 1980) di Mario Rigoni Stern
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Venne anche il giorno di Natale.
Sapevo che era il giorno di Natale perché il tenente la sera prima era venuto nella tana a dirci: – E Natale domani! – Lo sapevo anche perché dall’Italia avevo ricevuto tante cartoline con alberi e bambini.
Una ragazza mi aveva mandato una cartolina in rilievo con il presepio, e la inchiodai sui pali di sostegno del bunker.
Sapevamo che era Natale. Quella mattina avevo finito di fare il solito giro delle vedette. Nella notte ero andato per tutti i posti di vedetta del caposaldo e ogni volta che trovavo fatto il cambio dicevo:
Buon Natale!
Anche ai camminamenti dicevo – buon Natale, – anche alla neve, alla sabbia, al ghiaccio del fiume, anche al fumo che usciva dalle tane, anche ai russi.
Era mattina. Me ne stavo nella postazione più avanzata sopra il ghiaccio del fiume e guardavo il sole che sorgeva dietro il bosco di roveri sopra le postazioni dei russi.
Guardavo il fiume ghiacciato da su, dove compariva dopo una curva, fin giù, dove scompariva in un’altra curva.
Guardavo la neve e le peste di una lepre sulla neve: andavano dal nostro caposaldo a quello dei russi.
Se potessi prendere la lepre! – pensavo. Guardavo attorno tutte le cose e dicevo: – Buon Natale! –
Era troppo freddo star lì fermo e risalendo il camminamento rientrai nella tana della mia squadra.
Buon Natale! – dissi – Buon Natale!
Meschini stava pestando il caffè nell’elmetto con il manico della baionetta.
Bodei faceva bollire i pidocchi.
Giuanin stava appollaiato nella sua nicchia vicino alla stufa.
Moreschi si rammendava le calze.
Quelli che avevano fatto gli ultimi turni di vedetta dormivano. C’era un odori forte lì dentro: odore di caffè e di tante altre cose. A mezzogiorno Moreschi mandi per i viveri. Ma siccome quel rancio non era da Natale si decise di fare la polenta
Meschini ravvivò il fuoco, Bodei andò a lavare il pentolone. Tourn e io si voleva sempre stacciare la farina e, chissà dove e come, un giorno Tourn riuscì a trovare uno staccio.
Ma quello che restava nello staccio, tra crusca e grano appena spezzato era più di metà e allora si decise a maggioranza di non stacciarla più. La polenta eré
dura e buona.
Era il pomeriggio di Natale. Il sole incominciava ad andarsene per i fatti suoi dietro la mugila e noi si stava nella tana attorno alla stufa fumando e chiacchierando.
Venne poi dentro il cappellano del Vestone: – Buon Natale, figlioli, buon Natale! – E si appoggiò con la schiena ad un palo di sostegno. – Sono stanco – disse – ho fatto tutti i bunker del battaglione.
Quanti ce ne sono ancora dopo il vostro?
Una squadra sola – dissi.
Più tardi mandai fuori la prima coppia di vedette perché era buio. Ero lì che mi grattavo la schiena vicino alla stufa quando entrò Chizzarri a chiamarmi: -Sergente – disse – ti vogliono al telefono.
E? il capitano – Mi infilai il pastrano e presi il moschetto domandando mi cosa potessi aver fatto di male.
Il telefono era nella tana del tenente.
Il tenente era fuori, forse a passeggiare lungo la riva del fiume per sentire gli starnuti delle vedette russe.
Era proprio Beppo, il capitano, che mi voleva su a Valstagna, al comando di compagnia. Aveva qualcosa da dirmi. – Che sarà? – pensavo, mentre andavo su alla chiesa diroccata.
Con la faccia tonda e rossa il capitano mi aspettava nella sua tana che era larga e comoda.
Aveva il cappello sulle ventitré con la penna dritta come un coscritto, le marni in tasca. – Buon Natale! disse. E poi mi tese la mano e poi un bicchiere di latta con dentro cognac.
Mi chiese come andava al mio paese e come al caposaldo
Mi cacciò tra le braccia un fiasco di vino e due pacchi di pasta. Ritornai giù alla mia tana saltando fra la neve come un capretto a primavera.
Nella furia scivolai e caddi ma non ruppi il fiasco né mollai la pasta. Bisogna saper cadere.
Una volta sono scivolato sul ghiaccio con quattro gavette di vino e non versai una goccia: io ero giù per terra ma le gavette le avevo salde in mano con le braccia tese.
Quando arrivai al caposaldo le vedette mi diedero l’alt-chi-va-là-parola-d’ordine e gridai, forte che mi sentirono anche i russi: – Pastasciutta e vino!
Mario Rigoni Stern in “Il sergente nella neve”
Questo libro, pubblicato nella collana “I Gettoni” di Einaudi nel 1953, è considerato uno dei capolavori della letteratura italiana del dopoguerra. Racconta in prima persona la ritirata dell’esercito italiano dal fronte russo durante la Seconda guerra mondiale, con uno stile sobrio, umano e profondamente rispettoso della dignità dei soldati.
BUON NATALE E BUONE FESTE DA GUIDE ALTOPIANO