
DIFFICOLTÀ: da facile a impegnativo a seconda degli itinerari proposti.
DISLIVELLO: da 100 m a 700 m D+.
TEMPO: da 4 a 8 ore in base all’itinerario percorso.
PERIODO: Tutto l’anno, in caso di neve anche con l’uso delle ciaspole.
ACCESSIBILITÀ: Adulti, Ragazzi, Scolaresche. Adatto anche per persone con disabilità di tipo visivo se accompagnati. Adatto a Scolaresche, Famiglie e Gruppi.
Nel 1915 i volontari irredentisti triestini ebbero soprattutto un ruolo politico-simbolico e militare limitato ma molto visibile: scelsero di passare il confine per arruolarsi nell’esercito italiano, trasformando l’irredentismo in una decisione concreta di guerra.
Carlo, nato a Trieste nel 1894, combatté sul Carso e poi sul fronte dell’Altopiano di Asiago; sul Monte Cengio, il 30 maggio 1916, si tolse la vita per non cadere prigioniero degli austroungarici. Per questo gesto ricevette la medaglia d’oro al valor militare, e Giani raccolse poi i suoi scritti in Cose e ombre di uno.
Giani combatté anch’egli nella Grande Guerra e, durante la prigionia, mantenne una condotta ferma e dignitosa. Tornato alla vita civile, divenne insegnante e scrittore, con una sensibilità sempre più antifascista; la sua esperienza bellica è uno dei nuclei più forti della sua opera.
Dopo la prigionia, Giani Stuparich tornò in Italia e trasformò l’esperienza della guerra in letteratura, facendo della memoria del conflitto uno dei temi centrali della sua opera.
Il suo primo grande libro su quell’esperienza fu Colloqui con mio fratello, nato dal trauma della guerra e dalla morte di Carlo, con un forte senso di perdita e di responsabilità del sopravvissuto. In seguito continuò a scrivere testi legati alla guerra e alla sua generazione, come Guerra del ’15 e Ricordi istriani. Dopo la guerra lavorò anche come insegnante, formando generazioni di giovani e mantenendo un forte impegno culturale. La sua figura restò legata a Trieste e alla difesa della cultura italiana nella Venezia Giulia, in un clima spesso segnato dalle tensioni del dopoguerra e del fascismo.
Questi volontari rappresentavano la parte della gioventù triestina che vedeva nell’Italia la soluzione alla questione nazionale di Trieste e dell’Adriatico orientale. La loro scelta aveva un forte valore di testimonianza, perché mostrava che una parte della popolazione della città austriaca si riconosceva nell’identità italiana e accettava il rischio della rottura con famiglie e ambiente d’origine.
Nel 1915, con l’ingresso dell’Italia in guerra, il loro ruolo fu quello di combattenti volontari, spesso inseriti in reparti dell’esercito italiano dopo aver lasciato clandestinamente il territorio asburgico o dopo essersi trasferiti oltre confine già dal 1914. La loro presenza contribuì anche alla costruzione di una memoria patriottica che, nel dopoguerra, avrebbe dato grande rilievo ai “volontari irredenti” come esempio di fedeltà nazionale.
Il loro peso numerico non fu decisivo sul piano militare generale, ma fu importante sul piano morale e propagandistico. La loro scelta aprì inoltre ferite profonde nelle famiglie triestine, perché molti altri abitanti della regione servirono invece nell’esercito austro-ungarico, creando una divisione interna molto netta.
Trieste nel 1915 era una città plurale e attraversata da tensioni nazionali, quindi il volontariato irredentista non rappresentava tutta la città, ma una parte attiva e fortemente politicizzata della sua componente italiana. Figure come Scipio Slataper e i fratelli Stuparich incarnano bene questa scelta, che univa cultura, patriottismo e partecipazione diretta alla guerra.